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Il mestiere del web


Sofia Postai: Il mestiere del web

Introduzione

Fare un sito, in sé, non è una cosa particolarmente difficile. E nemmeno è difficile trovare un look and feel gradevole, o realizzare un'interfaccia ergonomica, o rendere accessibili i contenuti secondo gli standard WAI, o realizzare un'efficace interattività, o implementare funzionalità innovative, o assicurare un buon livello di usabilità, od organizzare i contenuti in modo adeguato alle aspettative dell'utente.
E' fare tutte queste cose insieme che è dannatamente difficile.

Un sito è una faccenda oltremodo complessa: non "complicata" o astrusa, solo complessa . Si tratta di prendere alcune centinaia di decisione di media importanza e qualche migliaio di decisioni di piccola importanza. Bisogna essere capaci di dedicare la propria attenzione ai particolari più minuscoli, senza trascurare la visione d'insieme.
Credo che il segreto sia tutto qui: avere una progettazione e una visione in grado di fare zoom-in e zoom-out molto velocemente.

Per questo sono contraria alla parcellizzazione delle competenze ed alla logica fordista che pareva affermarsi come modello di estrema specializzazione nel nostro lavoro, che era nato, al contrario, come molto trasversale.
Mi pare che recentemente questa tendenza si stia invertendo, dopo anni che le persone (i ruoli) addetti al progetto di un sito si sono moltiplicati fino a paradossi carabiniereschi.

Persone con una specializzazione molto rigida e verticale, pur bravissime nel proprio ambito, difficilmente riescono a prevedere le ricadute delle proprie decisioni sui livelli successivi. Si tratta spesso di professionisti di indiscussa abilità, che possono tuttavia "inceppare" il processo, perché manca loro la visione d'insieme, anche se la consapevolezza del proprio livello è molto elevata.
Al contrario, maggiori sono le competenze trasversali dei progettisti (più ampio è il loro orizzonte) più profonda sarà la consapevolezza della complessità del progetto.

Credo che l'esistenza di "grafici" (io preferisco chiamarli visual designers) che non hanno la più pallida idea dell'esistenza di tabelle html per non parlare degli standard di mark up, sia stata solo un fatto contingente, dovuto alla mancanza di professionisti completi in un momento in cui servivano comunque molte risorse per la crescente attività di progettazione web.
La differenza tra la carta e il web è che quest'ultimo è caratterizzato dal "liquid design" (progettazione fluida) che prevede la possibilità che gli elementi si possano disporre in modo differente, senza tuttavia per questo compromettere la leggibilità globale e l'impostazione della pagina. Questa è una tendenza che nei prossimi anni sarà in netta crescita, mentre i "grafici della carta" per formazione tendono ad avere un assoluto controllo dello spazio-pagina.
Il web richiede maniacale precisione e contemporaneamente assoluta elasticità: non è immediatamente intuitivo progettare in questa maniera.

Ora che il mercato della progettazione e produzione di siti si è purtroppo afflosciato e il problema non è certo trovare nuove risorse, credo che tutti potranno dare a queste figure professionali l'opportunità di crescere e di avere una visione meno miope del proprio lavoro.

Credo che questo sia importante, ma che ancora non basti: io credo che sia necessario che il web designer assuma un ruolo nuovo nella creazione del progetto e cioè che diventi un architetto di siti, con competenze e responsabilità simili a quelle che hanno gli architetti di edifici. Cioè un ruolo che si faccia carico del progetto, unitariamente inteso, senza invadere il terreno né del marketing, né dei contenuti, né della programmazione, né del project manager (che potremmo assimilare al responsabile dell'impresa costruttrice) e tuttavia abbia la responsabilità di come il progetto realizzato appare all'utente e di come l'utente lo usa.

Pensiamo al Beauburg di Parigi e Renzo Piano.


In tutto ciò, comunque, Renzo Piano si è dovuto confrontare con tutte queste problematiche (ed altre) per creare il suo progetto. Senza assumersene la responsabilità diretta, ha dovuto inoltre tener conto delle tecnologie costruttive (gli edifici devono stare in piedi e non rompersi, proprio come i siti devono essere compatibili).
Ha dovuto assicurare ergonomia, proprio come noi dobbiamo assicurare usabilità...
La metafora potrebbe durare a lungo…
Quello che mi interessa sottolineare è come il progetto sia "suo", oltre che di Parigi (il committente). Nessuno ha dubbi in proposito, credo.

Penso che i web designer dovrebbero crescere in competenze e consapevolezza, per assumere questo ruolo centrale nel progetto... mentre oggi spesso, si chiamano web designer quelli che ai tempi di VOL si chiamavano haccatiemmellisti :-)

Non è una questione di denaro: le imprese costruttrici guadagnano sempre di più dei progettisti. E' una questione di ruolo.

Oggi, spesso, chi ha la maggiore autorità sul progetto è il project
manager a cui il web designer spesso riferisce.

Io credo che un web di qualità si ottenga attraverso un rovesciamento
dei ruoli, che è ovviamente subordinato alla capacità dei web designer di essere anche "architetti" dell'informazione e dell'interazione.

Ovviamente non tutti (anzi, pochissimi) web designer saranno come Renzo Piano... ma questo avviene anche nel mondo dell'architettura "vera".

Questo libro è scritto per chi, come me, sente che la strada del web design è questa e si fa carico delle mille decisioni da prendere, sapendo che da ciascuna di queste dipende la qualità globale del risultato. Ed è scritto anche per chi quotidianamente si confronta con la realizzazione del sito come committente e vorrebbe scoprire come "fare" la sua parte per ottenere il risultato migliore.

Non è un manuale di web design, già ce ne sono di ottimi, ma una serie di riflessioni sui problemi che ci troviamo ad affrontare ogni giorno come progettisti o -dall'altra parte della barricata- come committenti.


 
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Sofia Postai
Il mestiere del web

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